La Francia e il Coronavirus: pragmatismo gallico o cinico opportunismo?

Stasera, giovedì 12 marzo 2020, nuove misure drastiche sono state annunciate dal président de la République. Tutte le scuole francesi saranno chiuse a partire da lunedì 16 marzo e fino a nuovo ordine. La Francia segue lo ‘scenario italiano’.

Cosa penso fra le righe e prima di sottoporvi ad una lunga lettura.

Egoisticamente sono sollevata all’idea di aver ritrovato una certa fiamma narrativa che mi si riaccende puntualmente con i picchi d’adrenalina. In quanto mamma residente a Parigi sono preoccupata e non solo per il virus. Come professionista impegnata nella scrittura da più di un decennio sono angustiata dai teatrini di facebook. Dalle necessità di allarme, dalle critiche sterili e dal continuo bisogno di contrapposizione.

La cosa che mi fa più paura è l’ignoranza, il bisogno di commentare a tutti i costi, la necessità di costruirsi una credibilità effimera.

Per il resto son qui a casa in attesa, con una bella pancia e tante cose che girano per la testa.

Organizziamo il domani con lucidità.

Il modello francese

La Francia non è un paese dominato dal pathos, ma la patria del protocollo.

Si tratta di un assunto improrogabile per tentare di comprendere la gestione dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19. In Francia le grandi crisi sono all’ordine del giorno e la maniera di affrontarle diverge diametralmente da quella adottata in Italia. Si tratta a mio modesto parere di due modelli opposti, che affondano le proprie radici in società sviluppatesi diversamente, nonostante la loro vicinanza geografica.

Estrapolando una tendenza generale (non scevra da semplificazioni) si potrebbe concludere che la Francia è statistica, la Francia è collettiva e tale è la gestione che la domina, ad ogni livello organizzativo. Sollevare la responsabilità del singolo, inglobandola in un più ampio movimento e in una serie di procedure elaborate e testate in anticipo, consente una certa capacità predittiva capace di rassicurare le masse e di guidare l’individuo, soprattutto in tempi di incertezza.

La governance fattuale

Non c’è da stupirsi che le ultime settimane siano state vissute e percepite in maniera completamente diversa oltre frontiera. Il governo francese e i francesi stessi sono stati accusati di essere superficiali, opportunisti, incoscienti, egoisti. Un insieme di critiche che non sono estranee a certi topos del consueto french bashing. Eppure difficile immaginare un approccio diverso in terra francese, a maggior ragion in tempi di campagna elettorale (il primo turno delle elezioni municipali è previsto per il 15 marzo, il secondo per il 22). A ben guardare non si tratta che dell’ennesimo esempio di governance fattuale o di pragmatismo gallico, che dir si voglia.

Quella che si attua in Francia è una visione sistemica che ci è estranea? Possibile.

Che ci appaia cinica e disumana? Altamente probabile.

Stimare per ottimizzare

Non è un caso se il metodo del triage médical sia particolarmente diffuso in Francia.

La valutazione del rischio mira a ottimizzare le risorse disponibili per non non mettere in ginocchio i pronti soccorsi degli ospedali. Sequestrare tutta la produzione di mascherine per gestirne la distribuzione ai soli professionisti della salute (o a persone che abbiano un’esigenza comprovata su presentazione di ricetta medica) è il risultato di un atteggiamento pragmatico. Contenere per decreto i costi del gel disinfettante e autorizzare le singole farmacie a produrlo e a commercializzarlo, uno strumento di prevenzione delle speculazioni.

Più difficile la scelta di limitare il numero di tamponi alle sole persone presentanti gravi sintomi, fermo restando il ruolo strategico occupato da tali persone e il principio di continuità statale (dopo aver constatato la positività al virus del ministro della cultura francese Franck Riester, tutti i ministri a rischio e lo stesso presidente sono stati testati, pur non presentando necessariamente sintomi).

Il tentativo di contenere l’indice della paura

Non si può ovviamente affermare che la cosa sia pacifica, che non ci siano state voci dissidenti, ma domina un certo fatalismo che è frutto di un lungo processo di apprentissage.

Il mantenimento delle attività produttive aiuta a prevenire penurie e problemi logistici, in un paese che conta ancora numerosi territori esterni alla Francia metropolitana, tale atteggiamento è più che comprensibile. Tenere le scuole aperte finché possibile minimizza le differenze sociali e permette agli operatori sanitari, ai pompieri a agli specialisti del primo soccorso di assicurare la propria missione di servizio.

I primi casi attestati di coronavirus in Francia (e in Europa) risalgono alla fine del mese di gennaio, e da allora numerosi provvedimenti restrittivi, adattati caso per caso, sono stati presi. L’isolamento dei pazienti provenienti da zone a rischio, l’individuazione di cluster e la limitazione degli spostamenti in tali zone, il continuo battage per incentivare la diffusione dei gesti-barriera sono all’ordine del giorno e il telelavoro è già stato messo in atto in numerose aziende. I residenti delle case di riposo sono isolati e le visite esterne, sospese.

Nonostante ciò le risposte francesi non sono state sufficienti a contenere l’indice della paura e il fattore tempo rischia di giocare contro la strategia di Macron. Senza dimenticare che la sospensione degli accordi di Schengen e l’installazione delle frontiere interne all’Europa, per quanto ormai necessaria, potrebbe danneggiare pesantemente l’economia.

Preoccupazione numero 1: evitare il panico!

La Francia non è stata a guardare. Ha osservato in silenzio, si è preparata prendendo esempio dai grandi focolai esteri (la Cina in primis, poi l’Iran e l’Italia stessa) e ha reagito a suo modo pendendo atto dell’ennesima crisi, che ha seguito quella dei gilets jaunes e si è quasi intersecata con uno degli scioperi nazionali più importanti dell’ultimo quarto di secolo.

E allora cosa ci si sarebbe dovuti aspettare da una struttura governativa così sollecitata?

Di certo non una reazione emozionale, tanto aliena al modo di pensare francese, quanto potenzialmente incomprensibile ai più. Che le critiche estere sarebbero arrivate presto era fuori di dubbio, ma non si può ignorare che l’eterogeneità della compagine nazionale francese è coerente con tale modo di affrontare le cose.

L’approccio pragmatico e le tematiche generazionali

Mio padre ricorda i tempi del colera a Napoli negli anni ‘70. Io quelli che hanno seguito gli attentati terroristici che hanno insanguinato la Francia dal 2012 al 2019.

Mi sono scontrata più volte e in prima persona con un modo di concepire l’esistenza completamente estraneo a quello italiano e dopo grandi crisi di nervosismo sono arrivata ad una conclusione più istruttiva. Immergersi in ogni sorta di procedura e avere a che fare quotidianamente con la temutissima macchina burocratica francese aiuta a comprendere, almeno in parte e per quanto possibile, tali atteggiamenti. Reazioni che sono il frutto di una certa mancanza di elasticità e dello spirito di previsione collettivo messo in atto proprio per sopperire alla mancanza di slancio del singolo.

L’Italia è un paese di eroi, capace di mobilitare il meglio delle sue risorse per far fronte all’emergenza. L’Italia è una terra di frontiera, una nazione sopravvissuta a mille crisi di ordine geopolitico che ha affrontato innumerevoli catastrofi naturali. L’italia è un paese di memoria e d’esperienza, che può contare sulle generazioni precedenti e appoggiarsi su un grande bagaglio per la gestione dell’estremo (che si rivela utile in situazioni come quella odierna).

La Francia è paradossalmente (e non per ragioni storiche in questo caso) un paese molto più giovane. In cui la classe dirigenziale è dominata da trentenni e quarantenni che non posseggono le stesse solide basi e che sono rigidamente inquadrati proprio per prevenire i derapage.

Cosa succederà in Italia una volta passata anche questa bufera?

Le famiglie italiane, già provate da decenni di sacrifici, si troveranno a dover raccogliere i cocci di una nuova recessione. Le giovani coppie porteranno sulle spalle il peso di una difficoltà crescente, in un contesto non certo favorevole. Ma l’Italia ce la farà, come ce l’ha sempre fatta. Con creatività, affezione, determinazione e spirito d’iniziativa. Insomma quel quid in più che garantisce agli italiani una grande riserva di risorse.

Le folgori degli italiani a Parigi

Inutile sottolineare che la frequentazione di certi gruppi facebook di italiani all’estero, oltre a risultare deleteria per la salute mentale, si rivela un’ottima cartina al tornasole delle inquietudini striscianti dei nostri connazionali, gli stessi che non hanno esitato a gridare ‘Je suis Charlie’ dopo gli attentati del gennaio 2015.

Persone naturalmente preoccupate dalle costanti notizie provenienti dai media e (più spesso) dai social italiani.

Numerosi i post che tacciano di immobilismo incosciente il governo francese.

Innumerevoli le teorie complottistiche riportate.

Lunghissimi i flame alimentati (solo in misura inferiore) dai troll, per la maggior parte da chi nutre sincera inquietudine e anche da polemici malati di protagonismo. Molto spesso chi scrive semplicemente non ha ancora preso atto del contesto sociale francese e integrato la differenza.

In ogni caso la scuola italiana di Parigi è stata chiusa per decisione consolare, numerosi sono gli appelli dei professionisti italiani operanti nel settore della ricerca, ai quali si è aggiunta la voce allarmante dei corrispondenti delle testate francesi residenti in Italia.

Attraversata da immani fratture sociali, la Francia non è certo un paese sereno. Tende ad isolarsi e a perseguire in un modo di percepire e gestire le cose che dall’esterno può essere considerato come alieno e presuntuoso. Eppure si tratta di un fare estremamente intrinseco.

Chiudere citando Brecht ‘felice il paese che non ha bisogno di eroi’ sarebbe troppo scontato, eppure riflette una certa angoscia da italiana all’estero che non riesco a reprimere.

Che sia un retaggio italico…



L’invasione degli scooter elettrici: il futuro delle città è il monopattino

Li ho provati personalmente. Ed è stato subito amore. Vi racconto tutto (pro e contro).

Torno ora da Parigi.

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Ci vado spesso, ma con intervalli abbastanza lunghi per notare i suoi costanti cambiamenti . Così ogni volta ci sono aspetti innovativi che vivo in primo persona.

Fra le varie cose quest’anno (ma sono arrivati nell’estate del 2018, a Londra anche prima) non ho potuto non essere letteralmente “investito” dall’invasione de Le scooter, che in francese sono i monopattini. Elettrici.

Per lo più (ed è questa la vera notizia) sono sharing, ma a differenza del Velib’ (il servizio di bike sharing parigino, unico) sono divisi in diverse società, soprattutto americane, ognuna con i suoi mezzi, ognuna con la sua app.

Poteva quindi un fanatico del traffico alternativo,  quale il sottoscritto, non mettersi alla prova su questi piccoli gioielli dello spostamento ecologico?

Bird Scooter

Ebbene, ne sono rimasto totalmente sedotto.

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Limes, Bird, Voi, Flash (credo tedesca) . Ce ne sono un mucchio. Perfino troppi. Facilissimi da usare, facili da trovare, utilissimi. App semplici, intuitive, che godono del roaming europeo. Grazie anche i sistemi di pagamento moderni. Sempre più funzionali. Altro che quelle macchinose iscrizioni già con carta di credito anche dei primi bike sharing.

Insomma: il futuro.

Metteteci che Parigi è praticamente tutta piatta, asfaltata quasi ovunque, con ciclabili già perfettamente funzionanti. Occorre altro per capire che si sono completamente impadroniti della città?

Non è un caso che questi skateboard per borghesucci, quali siamo noi tutti, sbarchino dallo Zio Tom. Da quelle parti lo stanno capendo. Il traffico cittadino, quello centrale, delle metropoli popolose non può più appoggiarsi ai vecchi mezzi di spostamento. Parigi ha una metropolitana meravigliosa, taxi, uber, car sharing, bike sharing, motorino sharing, eppure soffoca. Nelle ore di punta, nonostante una viabilità, anche urbana, nettamente superiore alle nostre, resta imbottigliata. Sono in troppi. Per non parlare dell’inquinamento.

Così la possibilità di prendere al volo un mezzo leggero, rapido, facile e pulito come il monopattino fa bingo. Non solo. Il suo fascino è che resti in superficie. Ti godi la città. Vai dove vuoi tu. Senza fermate, caschi e segnaletica da rispettare.

Poesia.

Ok, abbiamo elencato i pregi. Affrontiamo anche i contro. Pochi, ma ci sono.

Intanto occorre ovviamente una regolamentazione. Per ora c’è troppa anarchia. Gioiosa e rivoluzionaria, ma anche terribilmente pericolosa. Non essendoci regole gli scooter viaggiano, con una certa velocità, in ogni direzione. Come le biciclette ma più acceleranti. Il fatto è che sono più silenziosi, meno ingombranti e quindi potenzialmente invisibili. Il rischio incidente è alto, sia con gli altri mezzi, sia con i pedoni.

Il casco è consigliato, ma non obbligatorio. Soltanto i maggiorenni che possiedono una patente di guida potranno noleggiare i monopattini. Ma chi controlla? Credo che siano omologati per un singolo viaggiatore, ma ne vedi spesso due, magari con i bambini, perfino in 3.

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Non ci sono postazioni. Così ognuno li lascia dove preferisce. Sempre in teoria non dovresti circolare sui marciapiedi, ma è lì che ne trovi la gran parte. Un sistema geolocalizzante prova a vietare certe zone, ma come da noi per il car sharing viene facilmente aggirato. La qual cosa comporta un bel caos per i pedoni.

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Infine, ma questo per me non è un contro, solo una necessità (almeno iniziale): sono piuttosto cari. Del resto, chi preferisce prendere un mezzo per evitare un paio di km a piedi è giusto che paghi. Salato pure. Diverso è adoperarlo bene. Considerando che ha circa 32 chilometri di autonomia e può viaggiare ad una velocità massima di 24 chilometri all’ora.

Come detto la quasi totalità è ancora sharing, ma sono tanti i parigini che se ne comprano uno privato. Perché ottimizzi la spesa. Infatti da Fnac sono i protagonisti in esposizione.

Ora. Le domande che so vi state facendo da inizio post:

Quando arriveranno in Italia? Che fine farebbero a Roma? Tutti nel Tevere? Come dovrebbe essere per sopportare il manto (?) romano? Come fare per investirci? Come sognare di non perdere anche questo treno?

Francamente sono scettico, anche per colpa dell’attuale stato in cui versa Roma.

Pensate che un tassista francese mi ha detto che ce ne saranno fino a 40mila. Ve lo immaginate qui?

Ma chi lo sa. Il futuro alla fine arriva.

Intanto ecco la nostra storia parigina su instagram, sugli scooter elettrici. come vedete abbiamo fatto davvero “i ritals”…

https://www.instagram.com/stories/highlights/17898686731314641/

Perché i parchi di Parigi sono i più belli del mondo

Un piccolo giro fra i parchi di Parigi che amo di più. Per ritrovare la pace che oggi pare introvabile.

Scelgo in questi giorni di forzata paralisi intellettuale, di buttare giù un articolo che avevo insieme a mille altri in un cassetto di splendidi ricordi. Scrivo e pubblico perché mi sento comunque ferito e rabbioso, inutile e ricattato, costretto a seguire con morbosa attenzione media e social, ritardando la vita ed i progetti.

Così mi sfogo o almeno ci provo, facendo l’unica cosa che davvero posso fare per omaggiare una città che amo visceralmente e mi affido alla macchina da scrivere del tempo. Quella che mi permette di tornare con la mia famiglia, nella “nostra” Parigi solo pochi mesi fa. A passeggio primaverile nei suoi parchi meravigliosi. Indiscutibilmente, i più belli del mondo.

E vi dimostro perché.

Parigi è una di quelle città (che io conto in una mano, forse due) dove, quando ti svegli al mattino e non devi lavorare, hai solo l’imbarazzo, per non dire impotenza, della scelta di cosa andare a fare o vedere. Tale è la bellezza imponente della città e la ricchezza del suo patrimonio artistico, culturale, commerciale e d’intrattenimento che molto spesso si limitano le visite ai suoi parchi. Di norma scegliendone un paio, magari fra i giardini più battuti.

La fortuna di viaggiare (certo in una città che frequentiamo spesso) con i propri figli piccoli ti permette invece di affrontare subito questo incredibile aspetto di Parigi. Ogni giorno puoi perderti in una cornice verde e rigogliosa diversa, con scenari unici che ti permetteranno sempre di respirare la Grandeur Parisienne. Andiamo a caccia allora, di verde, di profumi, di pace e di speranza.

Jardin D’Acclimatation (Jardin Zoologique d’Aclimatation)

Jardin D’Acclimatation e Fondation Luis Vuitton,

E’ il primo di cui voglio parlare, perché è sicuramente molto curioso. Pur essendo il più antico parco d’attrazioni di Francia (inaugurato nel 1860, alla presenza di Napoleone III), rappresenta anche la modernità, l’esotismo botanico e la contemporaneità della natura metropolitana parigina.

Inoltre non sarà certo la prima tappa che sceglierete a Parigi, perché non è proprio “di strada”. Si trova infatti all’interno (confine nord) dell’enorme Bois di Boulogne, Il Bosco di Boulogne, uno dei più vasti e più amati dai cittadini, ex-riserva di caccia dei Re di Francia, che si estende tra Boulogne-Billancourt e Neuilly-sur-Seine. Appena fuori dall’anello principale (Boulevard Peripherique) della città.  Tuttavia raggiungerlo è facilissimo, come quasi tutto quello che si trova verso l’esterno del grande centro convulso.

Il Giardino d’acclimatazione con un’estensione di circa 20 ettari, si compone di varie e diverse aree giochi e ricreative, da numerose specie di alberi ed insolite vegetazioni. Non è pubblico, bensì con un complicatissimo ma utilissimo sistema ventaglio di scelte (tipico francese) per la tariffa che preferite.

Non manca nulla. Giostre, giochi acrobatici, specchi deformanti, poi il trenino elettrico, il ruscello da ridiscendere con le piccole barchette, il teatrino, il centro equestre.. Perfino i dromedari (che in effetti fanno un po’ pena insieme agli immancabili pony). Si capisce perché sia un paradiso per i bambini.

Quello che però colpisce, lo dico da non estimatore particolare di parchi giochi e affini, è l’ordine e la pulizia che regnano sovrani in questa immensa macchia verde azzurra. Anche i caffè sono perfetti. “Svedesi” oserei dire.

Giardino d'Acclimatazione a Parigi

Persino i carretti dei gelati o dei panini sono di un’eleganza contestuale. Paragonateli ai nostri inquietanti camion-bar…C’è anche una fattoria in stile normanno con tanto di pecore, galline e conigli, oltre alle api che producono un miele 100% parigino e che può essere acquistato all’interno della boutique principale.

Da una decina d’anni poi, l’antichissimo giardino ospita al suo interno la modernissima e sfavillante Fondazione Luis Vuitton, che non può fare a meno di attirarti mentre cammini scrutandola fra gli alberi come farebbe un astronauta che si avvicina ad una nave stellare aliena.

Il contrasto tra questi due mondi, ancorché uniti da un geometrico ordine asimettrico, produce quella particolare sensazione di stupore e sospensione dalla propria dimensione frenetica del quotidiano. Sì, in questo parco, io ho avvertito nitidamente una piccola catarsi. E tornare a casa diventa quasi un ritorno alla realtà.

Fondation Louis Vuitton e Jardin D’Acclimatation

 

Parc Monceau 

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Forse il mio preferito in assoluto. Ci puoi incontrare gli innamorati di Peynet. Evocare i dipinti di Monet. Raccoglierti all’ombra di un meraviglioso albero secolare a leggere Flaubert, Hugo o meglio ancora Proust.

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Manca solo #Peynet. #WeParis

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Un parco pubblico, molto proporzionato (né immenso, né minuscolo), nella zona dell’Arc de Triomphe verso nord/ovest. Ci si entra attraverso le due grandi porte realizzate da Gabriel Davioud in ferro battuto e decorate con ornamenti dorati, dal sapore quasi viennese. Ma, come dicevo sopra, per me è soprattutto il parco degli innamorati e degli impressionisti.

Il giardino è abbellito anche da un gran numero di statue in marmo di famosi personaggi francesi, soprattutto scrittori e musicisti, tra cui Guy de Maupassant, Frédéric Chopin, Charles Gounod, Ambroise Thomas, Alfred de Musset, e Edouard Pailleron.

Parc Monceau Paris

Il vero tesoro di Parco Monceau è però quello rappresentato dai suoi rigogliosi alberi secolari e fiori di ogni tipo. Curatissimi, eleganti eppure anarchici nella disposizione (come piacciono a me), essi creano quell’ordine incomprensibile della Natura, per cui dimensioni e colori si sposano con il cielo e le nuvole di Parigi in cornici uniche, offrendo ad ogni sguardo, un quadro indimenticabile.

Sempre all’interno del parco c’è anche spazio per elementi architettonici “vezzosi”, come le Naumachie, una grande vasca ovale circondata da un colonnato semicircolare in stile corinzio.

Ci sono infine il Pavillon de Chartres, un colonnato a pianta rotonda costruito da Claude-Nicolas Ledoux ed una piccola piramide dal fascino esoterico, una giostra antica e splendidi palazzi eleganti che si affacciano quali testimoni muti di tanta bellezza.

 

Jardin des Plantes

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Il paradiso dei fiori. Monumentale quanto antico Orto Botanico, il più grande di Francia. Centralissimo, praticamente sulla Senna, all’altezza di Pont D’Austerlitz.

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Il Giardino delle Piante fa parte del Museo di Storia Naturale, infatti, contiene quattro gallerie: il Museo della Mineralogia, il Museo dell’Entomologia, il Museo della Paleontologia e la Grande Galerie de l’Évolution, dedicata all’evoluzione della vita sulla Terra e all’influenza dell’uomo sul pianeta. Ovviamente rimanendo all’esterno, verrete prima di tutto sedotti dai fiori e dai colori, nel classico stile all’italiana di architettura da giardini.

I contro viali vi permettono di rilassarvi, ed uscire dal rimbambimento di petali e profumi. Giostre e caffè dilateranno il vostro relax.

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Ci sono poi numerose serre con piante esotiche, la scuola di botanica, il giardino alpino con oltre 2000 specie di piante di montagna, il giardino ecologico, il giardino delle rose, il giardino delle peonie, il giardino dell’Iris e un fantastico labirinto realizzato nel XVIII secolo.

 

Jardin du Luxembourg (Giardini del Lussemburgo)

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Fra i più famosi parchi di Parigi. Quasi un’istituzione insieme alle Tuileries, non potevo esimermi da un passaggio anche qui, in uno dei simboli della bellezza parigina. Chiudo con lui, sebbene manchino all’appello tante altre perle (Trocadero, Champ de Mars, Parc de la Villette..ecc.). A me basta quasi il jardin du Palais Royal per restare inebriato.

Torniamo al nostro parco. Situato tra Saint-Germain e Montparnasse, quindi molto centrale, il parco del Palazzo del Lussemburgo è gigantesco. Tra i più grandi di Parigi. La sua magnificenza ti fa quasi inchinare.

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Inaugurato nel 1612 da Maria de’ Medici, il grande giardino pubblico, è costellato da opere d’arte, statue e monumenti come la celebre Fontana dei Medici, con la sua lunga vasca lucente di magici specchi d’acqua e gli alberi ai lati che si conclude in un’edicola.

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C’è anche la Statua della Libertà realizzata da Frédéric Bartholdi, riproduzione dell’originale donata agli Stati Uniti, il busto di Charles Baudelaire, la statua di Beethoven, la Fontana dell’Osservatorio e tantissime altre riproduzioni di personaggi famosi.

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Inoltre, il Senato francese è ospitato nel Palazzo del Lussemburgo. Ripreso da Palazzo Pitti a Firenze (per l’uso del bugnato). Una gemma del barocco francese in mezzo al verde che offre l’idea (consueta, va detto, a Parigi) di trovarsi in una giardino aristocratico, per non dire “di Corte”. Così tendi a camminare con una certa nobiltà…

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Si tratta di un affascinante rischio difficile in cui non scivolare a Paris: una scena che abbiamo già raccontato a proposito degli impressionisti. Una sorta di sindrome di Stendhal della Bellezza.

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Tuttavia la folla eterogenea di ragazzi, turisti, parigini, bambini ti riporta subito coi “piedi per terra”(o dentro un ritratto di Renoir!).  Per non parlare dei settori predisposti per il divertimento dei più piccoli, che diventano veri e propri pollai umani, sempre tuttavia ben circoscritti nel proprio spazio di sicurezza.

E che dire della “bocciofila”? Non è una tela perfetta e strappalacrime di fine ‘800?

Un capitolo a parte lo meritano poi alcuni elementi tradizionali di questi parchi, che io personalmente trovo deliziosi ed emblematici per dimostrare la loro supremazia mondiale.

Parlo degli arredi.

Semplici tocchi di classe francese per strumenti d’utilizzo quotidiano.

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Lasciamo perdere le mille pigre panchine. Quelle di una volta. Comode.

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Ma avete mai visto le sedie? In ferro battuto, mobili. Che vi potete portare dove vi pare. Quanto durerebbero a Roma o a Milano?

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Certo, qui i parchi hanno regole ed orari precisi. Ma il grado di rispetto e cura è dato prima di tutto da chi li frequenta.

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E basta un piccolo angolo di verde nel cuore della città, per capire meglio questa semplice equazione.

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